venerdì 19 maggio 2017

Di viaggi e voli

Eccomi qui, rientrata in Australia da quasi un mese dopo due settimane di corsa in Italia.
Dico "di corsa" perchè non ho avuto il tempo di fare nulla, eravamo sempre in ritardo per qualcosa e, nonostante i buoni propositi, non sono riuscita a vedere nessuna delle persone che volevo incontrare. Così è, purtroppo, e se fate parte del gruppetto mi prostro e vi faccio le mie scuse. 
La verità è che due settimane, anzi tredici giorni, sono troppo pochi per un viaggio in Italia. Nei primi quattro sei nelle grinfie del demone del jet-lag e ti addormenti senza speranze su ogni superficie orizzontale che ti capita a tiro dalle tre del pomeriggio in poi, sia essa il divano o il lettino della ginecologa. Seguono i viaggi per andare a trovare i parenti, poi un esame di inglese a Milano, poi ops, era già ora di ripartire. 

In queste due settimane ho notato un curioso fenomeno che volevo condividere con voi, lo chiamerò "sindrome da interruttore inceppato".
Sono anni che vivo all'estero e nella vita quotidiana parlo esclusivamente Inglese.
Durante il primo mese fuori dall'Italia mi venivano ancora alle labbra frasi in Italiano e le dovevo tradurre in Inglese nella mia testa, ma ben presto l'Inglese mi è venuto automatico e spontaneo. Parlo, leggo e vivo in Inglese ogni giorno, con l'esclusione della domenica, giorno in cui sento i miei genitori su Skype. In queste occasioni ho bisogno di qualche minuto di rodaggio, in cui non mi vengono le parole e affiorano nella mia mente frasi che sembrano generate da un traduttore automatico malfunzionante, tipo: "La mia macchina ha la trasmissione automatica". 
Poi l'interruttore scatta, il mio cervello passa da "modalità inglese" a "modalità italiano" e la conversazione prosegue normalmente. Quando vengo in Italia è lo stesso, dopo poco la mia lingua madre si fa strada senza problemi tra i meandri del mio cervello. Poi ritorno in Australia, l'interruttore scatta di nuovo su modalità inglese e così via.
Questa volta ho avuto qualche problema. Anche dopo giorni, l'italiano non mi veniva automaticamente. Ora, se è una conversazione rapida con qualcuno che non conosci, tipo il commesso del supermercato, pazienza. Mi scappa una parola in inglese, lui pensa che io sia straniera e vabbè, facciamoglielo credere, si va avanti in inglese e basta. Il problema è quando inizi in italiano, e POI ti scappano le parole in inglese e la persona davanti a te ti guarda come fossi pazza.
Una cosa del genere:

Dal parrucchiere
Io: Buongiorno, mi serve la piega e un taglio. 
Parrucchiere: Bene, si accomodi qui, va bene la temperatura dell'acqua?
Ora, è così difficile? dovevo solo dire: "Sì, va bene". E invece no. Io ho detto of course e lui mi ha guardata, incerto se cercassi di prenderlo in giro o fossi appena scappata dal manicomio.
Rossore, imbarazzo, tachicardia. Poi inizio a pensare perchè mi comporto così. Poi i pensieri divagano, la stretta dell'ansia si allenta, inizio a rilassarmi di nuovo. E' in quel momento che lui mi chiede qualcos'altro e io rispondo di nuovo in inglese. Ho notato che tendo a farlo più frequentemente se la risposta richiesta è breve, tipo sì, no, certo. Se la domanda richiede di rispondere con una frase articolata, di solito non ho problemi. Invece per le domande rapide, a cui rispondo senza pensare, mi esce sempre l'inglese. 
Ma questo è niente, sono riuscita a parlare in inglese anche con mia nonna, che però fortunatamente mi conosce da trentacinque anni e non si stupisce più di nulla.

Questi tredici giorni sono scappati via rapidissimi e prima che riuscissi a rendermene conto ero già in volo per tornare in Western Australia.
Come potete immaginare, il viaggio è lunghissimo: da quando sono uscita dalla casa dei miei a Genova a quando sono entrata nella mia nel paesino del bush sono passate 25 ore, comprensive di viaggi in macchina da e verso l'aeroporto, voli, e scalo aereo.
La tratta più lunga è stato il volo Abu Dhabi - Perth, 11 ore con sorvolo dell'Oceano Indiano.

Quando studiamo geografia alle medie, impariamo che l'oceano Indiano è il più piccolo degli oceani, di dimensioni ben inferiori all'Atlantico o al Pacifico. La verità però è che la traversata sembra non finire mai. Oltre a questo, per me che quando volo ho sempre una leggera ansia, il fatto di attraversare un'immensa distesa d'acqua, lontanissima da qualunque lembo di terra, acuisce sempre il mio disagio.
Questa volta però, il mio viaggio è stato ulteriormente movimentato dal passeggero che mi sedeva vicino.

Il mio posto è nel mezzo di una riga di tre sedili, da una parte ho mio marito, dall'altra un bimbo australiano biondo di otto anni col il visino angelico, di nome Michael. Il bambino viaggia con la madre, ma la signora, anzichè essere seduta accanto al figlio, è al di là del corridoio, a circa un metro di distanza da lui. Questo fa sì che tutte le assistenti di volo, vedendo me, mio marito e il bambino, pensino a noi come ad un'allegra famigliola e si rivolgano a me come se fossi la mamma del pargolo.

Ora 1
Ci allacciamo le cinture, si parte. Michael sta cantando a squarciagola e si dimena sul sedile. Quando arriviamo a quota di crociera siamo già a quota tre calci, cinque gomitate e un numero imprecisato di manate addosso. Tocco il touch screen dello schermo inserito nel sedile davanti al mio, per visualizzare l'elenco di film, musica e giochi disponibili.
- Vuoi che ti spieghi come si usa?  - chiede il mio simpatico vicino.
- No grazie tesoro, so bene come si usa - gli rispondo.
Seleziono il sudoku e mi metto a giocare.
- Secondo me lì ci va un sette - mi sussurra dopo poco Michael, per poi dedicarsi alla soluzione del mio Sudoku.
La madre di Michael, dall'altra parte del corridio, fa finta di niente e si gode un film.

Ora 2
Ci portano la cena.
Michael ordina un bicchiere di succo di pomodoro e lo rovescia tutto sul suo tavolino e sul pavimento.
- Mi aiuti a pulire?  - mi chiede contrito. Le assistenti di volo mi guardano con disapprovazione, ai loro occhi non riesco a tenere tranquillo mio figlio.
Puliamo, mentre la madre di Michael, dall'altra parte del corridoio, si gusta beata la sua cena.
Ho perso il conto di calci, gomitate e manate.

Ora 3
Michael non è stato zitto un attimo da quando siamo partiti. Mi spiace per il pargolo, ma mi sta venendo il mal di testa. Metto le cuffie e seleziono la sesta sinfonia di Beethoven, cercando di escludere ogni altro rumore circostante.
La madre di Michael dorme beata.

Ora 4
- Devo dirti una cosa, puoi togliere le cuffie?
Mi tolgo le cuffie.
- Sai, sono andato in vacanza in Europa con la mamma e ora sto tornando a casa.
- Bene, sono contenta. Ti è piaciuta l'Europa?
- Sì. Ma volevo dirti che durante i voli di andata ho vomitato cinque volte. Soffro l'aereo.
Ok, inizio a capire perchè la madre non ha prenotato due posti vicini.

Ora 5
Dopo sole 4 ore finalmente Michael tace. Si è appisolato con la testa sul mio braccio. Non oso spostarmi, non sia mai che si svegli.. muovo leggermente la schiena, fino a trovare una posizione confortevole. Il sonno inizia a premere sui miei occhi e mi addormento, cullata dal movimento dell'aereo. Dormo forse addirittura quindici minuti, poi sento una manina che mi scuote mentre una vocina preoccupata mi dice:
- Mi aiuti a trovare un sacchetto dove vomitare? ce l'avevo qui, ma perdo senpre tutto... PRESTO! - aggiungendo un piccolo conato per rafforzare la sua richiesta. Troviamo il sacchetto, la madre di Michael incredibilmente si accorge della situazione e fa un gesto col mento al figlio, per indicare la toilette. Tutto qui. Quando Michael torna al suo posto ha un po' di vomito in faccia, la madre dorme o fa finta di dormire, io non so come pulirlo,
Certo, se avessi saputo che mi sarei trovata a fare da vice- mamma ad un bambino di otto anni su un volo intercontinentale di undici ore magari mi sarei premunita e avrei comprato delle salviette o della pastiglie per la motion sickness.

Ora 6
Michael si pulisce la faccia con la coperta data in dotazione dalla compagnia aerea. Fa un po' schifo, ma tanto l'aveva già battezzata col succo di pomodoro.
- Come va? - gli chiedo.
- Leggermente meglio - mi risponde lui, circa dieci minuti prima di correre in bagno di nuovo.
Sua madre dorme beata.

Ora 7
Finalmente il bimbo dorme e io cerco di fare altrettanto. In quel momento, il capitano annuncia una turbolenza. L'aereo inizia a ballare, Michael per fortuna continua a dormire, è notte, siamo nel mezzo del nulla, dalla mappa del percorso il lembo di terra più vicino è l'estremità meridionale dell'isola di Sumatra, a soli 1200 km da dove ci troviamo. E' in questo momento che mi viene la consapevolezza che da qualche parte, nell'oceano sotto di me, si trova il relitto dell'aereo della Malaysia Airlines, disperso nel 2014 e mai più rintracciato. Non è un pensiero confortante.

Ora 8
Nuovo scoppio di vomito, la madre di Micheal dorme.

Ora 9
Guardo La La Land, ben attenta a non muovere il mio braccio sinistro, a cui è attaccato il bambino dormiente.

Ora 10
- Oh, no, di nuovo!
La vocina mi sveglia. Devo essermi assopita. Michael ha di nuovo i conati, sfortunatamente ci sono le assistenti di volo con i carrellini che raccolgono i bicchieri e lui non può andare in bagno, quindi gli trovo alla velocita del fulmine un sacchetto e lui vomita lì, accanto a me.

Ora 11
Michael ricomincia a cantare, l'aereo comincia la discesa verso Perth. Atterriamo, raccogliamo le nostre cose, ci mettiamo in fila per uscire. Sono esausta. E-S-A-U-S-T-A. Chi invece è bella riposata e pimpante è la mamma di Michael. L'ultima cosa che sento prima di uscire dall'aereo è la sua voce mentre si rivolge al figlio:
- Ah, è stato proprio un bel volo, non è vero, Michael?

mercoledì 15 marzo 2017

La mia prima seduta di analisi

Eccomi qui, non sono stata inghiottita da un coccodrillo nè divorata da uno squalo, in caso qualcuno (c'è ancora qualcuno che legge questo blog?) si fosse preoccupato per l'assenza.

Il motivo principale della mia scarsa presenza online è la mia connessione ballonzolante. "Ballonzolante" è una parola evocativa, richiama alla mia mente qualcosa di molliccio e probabilmente puzzolente, ovvero - immagino  - lo stato di decomposizione del cervello dei "tecnici" di Telstra, il nostro internet provider (l'unico provider di questa zona).
Sono due mesi che la connessione non resiste per più di due minuti, abbiamo imparato a memoria il numero del call center dell'assistenza clienti situato nelle Filippine e abbiamo una profonda esperienza di tutti i trucchetti usati per farci stare buoni, ogni volta che chiamiamo per protestare.

- Eh, dev'essere il modem.
- Eh, è che c'è un guasto sulla linea.
- Eh, c'è problema proprio nel Paesino nel Bush dove vivete voi. anzi, proprio nella vostra strada, ma sarà risolto prima di sera.

Ci hanno mandato un tecnico per risolvere il problema e siamo stati edotti del fatto che, probabilmente, i nostri fili sono stati mischiati (?) con quelli dei vicini, in una specie di gustosa insalata mista elettrica. Il tecnico si è assentato un quarto d'ora e ha dichiarato poi di aver risolto tutto. 
In questa storia mi lascia perplessa il fatto che due mesi fa tutto funzionasse benissimo e i problemi siano iniziati all'improvviso, senza che ci siano stati lavori di manutenzione nè altro (i fili si sono mischiati da soli?) per non parlare del fatto che il tecnico ci abbia messo solo 15 minuti per risolvere il problema. 

Dopo questo episodio comunque, la connessione è tornata. Per una settimana. Poi abbiamo ricominciato a vedere l'icona del tirannosauro con le braccine corte e tutte le frasette tipo "connessione internet assente" "sito non raggiungibile" che i browser usano per farti sapere che sei stato tagliato fuori dal mondo virtuale, che non puoi più contattare via Skype i tuoi parenti in Italia, scrivere una mail senza salvarla venti volte ogni tre minuti o ascoltare una canzone su Youtube senza metterci mezz'ora per sentirla tutta.

A parte questo, lo scorso mese ho compiuto 35 anni e la cosa mi ha fatto impressione. Ricordo quando ne avevo 25 e mi sembrava terribile che fosse già un quarto di secolo. Ora sono passati dieci anni e mi sento alle soglie della pensione. 
E presto avrò quarant'aaaaaaaanni - come diceva Meg Ryan in Harry, ti presento Sally.




Una cosa che mi fa arrabbiare, anzi, mi fa imbestialire, mi fa fumare le orecchie e scagliare piccoli fulmini con gli occhi, e che tutti si preoccupino della nostra prole.
I bambini. Hai passato i trenta e ancora non hai figli? a che età pensi di averli? vi dovete sbrigare, eh!
Nessuno sembra rendersi conto che avere o non avere figli è una cosa che riguarda solo noi. Privata. Magari non ne vogliamo. Magari ora non è la nostra priorità. Magari non ne possiamo avere. Soprattutto, sono affari nostri.
A volte mi viene l'impulso irresistibile di ribattere ad una domanda così privata come quella sui bambini con un'altra domanda su qualcosa di privato e personale, tipo:

Qualcuno:  Non avete ancora figli?
Io: Hai fatto la cacca, oggi? guarda, la costipazione può portare a conseguenze gravi!

In questa parte di Australia il trend è sposarsi giovanissimi, a vent'anni o ancora prima, fare tre o quattro bambini e divorziare prima dei quaranta. Di tutte le mie colleghe, solo una è ancora sposata con lo stesso uomo. Le altre sono al secondo o al terzo matrimonio, oppure si sono trasformate in mature adolescenti e ti dicono che hanno incontrato un "ragazzo carino"(non pensate male, niente pedofilia, il ragazzo è un sessantenne) con cui usciranno venerdì sera. 
Lungi da me il criticare le scelte altrui, specie se non mi riguardano. Vorrei solo che gli altri facessero lo stesso con me.

Continuo a lavorare nello stesso posto, la situazione non è più così bella come sembrava all'inizio, ogni giorno accumulo un po' di rabbia e frustrazione e spesso mi chiedo quale sarà la goccia che farà traboccare il vaso, se sia possibile trovare un "contenitore di gocce" più grande, magari su ebay (sono ironica, eh!), oppure se valga la pena cambiare lavoro e buttarmi in una carriera completamente nuova, tipo tosatrice di pecore (un business, da queste parti) o ranger nei parchi nazionali, o magari chessò, giardiniera.
Una parte di me mi avvisa che questo malessere è una tappa del percorso di integrazione di un migrante in un nuovo contesto socio-culturale e balle varie di questo tipo, che dovrebbero tra l'altro giustificare perchè dopo due anni non abbia ancora trovato nessuno con cui parlare in questo posto e stia diventando intollerante ad una serie di cose, come il cibo australiano, l'inglese australiano, la mancanza di librerie-teatri-cinema-musei-arte-cultura propria di questa zona, gli Australiani di origine britannica in genere, gli Italiani che pensano che vivere all'estero sia più facile, tutto quello che c'è sulla terra, tutto quello che c'è nell'universo, tutto tutto tutto tutto, tutto quello che esiste, come diceva il dottor Cox.



Forse le cose sarebbero diverse se riuscissi a farmi riconoscere la laurea, ma tra i requisiti per il riconoscimento, oltre a dover reperire un bullone di astronave, una pantegana parlante, un dinosauro vivo e uno scritto originale di Socrate, devo superare (è il primo gradino) un esame di inglese in cui, sfortunatamente, nella parte scritta non riesco a conseguire il punteggio richiesto, nonostante la pratica, i libri, le lezioni private, gli incantesimi propiziatori, i riti per scacciare il malocchio e naturalmente il fatto che viva in Australia e l'inglese sia la lingua in cui parlo quotidianamente senza problemi.
E continuo a sentirmi dire: fregatene dell'esame! fai un bambino e pensa a fare la mamma! osservazione che mi fa pensare che per scatenare uno tsunami non sia sempre necessario un terremoto.

Ringrazio tutti per aver partecipato a questa seduta di analisi nel ruolo di analisti virtuali, mi alzo dal divano virtuale e mi accingo a pubblicare il post, che ha richiesto solo cinque ore per essere scritto, grazie alla connessione e che ne richiederà probabilmente altrettante per essere pubblicato.
Alla prossima.

lunedì 30 gennaio 2017

Appunti di una giornata al mare

Sveglia alle sei, partenza alle sette, destinazione la costa sud-ovest, l'Oceano Indiano, Dunsborough, Yallingup, Margaret River. Una giornata leggera fatta di sole, di mare, di quel velo di sale che ti copre la pelle dopo il bagno.
E' estate, qui in Western Australia. 


Arriviamo a Dunsborough dopo poco più di tre ore di viaggio e ci dirigiamo subito a Meelup Beach, dentro l'omonimo parco naturale. L'acqua è fredda al primo tocco, gelida e trasparente, e piccoli pesci mi nuotano tra i piedi. Sulla spiaggia, castelli di sabbia, tavole da surf e risate di bambini.


Le spiagge mi mettono sempre a disagio, non amo mostrare il mio corpo. Oltretutto, c'è sempre la faccenda del colore. Anche se sono castana con gli occhi scuri, la mia pelle, specialmente quella non esposta al sole, è bianco-latte. Quando dico "latte", intendo proprio così. Nel mio personale album delle "Figure di Emme" c'è un episodio che rende l'idea.
Avevo circa quindici anni e un giorno d'estate stavo camminando per una strada con un vestitino corto e ad un certo momento mi sono fermata a guardare una vetrina.
Dall'altra parte della via (piccola e pedonale) c'era un bar con dei tavolini fuori e due ragazzi seduti ad un tavolino, li potevo vedere riflessi nel vetro. Non ci avevo nemmeno fatto caso, finchè non hanno iniziato a parlare.
Di me.

- Guarda quella - dice uno dei due, indicandomi -  ha i collant bianchi anche se siamo in estate!
Doccia gelata. Doccia gelata nella schiena.
Poi l'altro replica: No, non ha i collant!! è il colore delle sue gambe!
I due mi guardano con espressione sgomenta. 

Ecco. Non ricordo cosa ho fatto, probabilmente sono scappata. Da quel giorno basta vestitini corti, il mio guardaroba si è riempito di gonne e vestiti rigorosamente alla caviglia.

Qui in Australia, terra di gente bionda con gli occhi azzurri, il colore della mia pelle non fa più impressione. Ho girato per Dunsborough, Yallingup e Margaret River con dei pantaloncini corti e nessuno ha fatto facce strane o commenti inappropriati. Non che me ne importi granchè, ormai l'adolescenza è finita, ma fa piacere vedere che riesco a confondermi con la folla.

Dopo il bagno riprendiamo la macchina e andiamo a Yallingup.
Qui, in una minuscola casetta azzurra, alcuni ragazzi tedeschi hanno aperto uno dei miei locali preferiti, la Yallingup Gugelhupf Bakery, che sforna per l'appunto gugelhupf e altre delizie teutoniche. Oggi compriamo la versione salata del famoso dolce, con noci, pancetta e paprika. Il cartellino appeso alla torta recita:
Gugelhupf - the loyal companion throughout European history.
The realms are gone, the King of Cakes remains.


Poi si torna al mare. Yallingup e poi Margaret River.
La spiaggia è coperta di pezzetti di conchiglie scintillanti.


Accanto a noi, tre ragazzi sui vent'anni finiscono il bagno, tornano al loro asciugamano e dopo aver frugato nello zaino si riavvicinano all'acqua. Li guardo: hanno in mano dei sassi piatti, li fanno saltare tra le onde, ad ogni rimbalzo un sorriso.
Me li immagino mentre li raccolgono, come Amélie, con il preciso scopo di portarli al mare oggi, la gioia anticipata di vederli saltare.

Intanto il sole inizia a calare, domani si lavora, occorre far scoppiare questa bolla di relax, riprendere la macchina e riavviarci verso casa.
Come risaliamo la scaletta, diretti al parcheggio, notiamo un cartello preoccupante: comunque fortunatamente si tratta di pesci!



Prima di ripartire decidiamo di concludere la giornata da Southern Crust, la pizzeria più buona della zona, dove un ragazzo italiano sforna pizze secondo la ricetta di sua nonna. Credetemi, merita, e non vengo pagata per promuovere il suo minuscolo locale!
Questa sera mi coccolo con una pizza al prosciutto, porcini e olio al tartufo. Squisita, come sempre.
Infine è ora di andare, ci rimettiamo in macchina e intorno alle nove di sera siamo di nuovo a casa.
La leggerezza della giornata di oggi è rimasta sospesa nell'aria come una bolla di sapone profumata di sale.


giovedì 22 dicembre 2016

Il profumo dei gelsomini

E' finalmente arrivata l'estate, qui in Western Australia.
Cielo azzurro e terso, temperature sensibilmente più alte, barbecue all'aperto, maniche corte, i primi bagni nell'oceano.



Dal giardino arriva il profumo del gelsomino in fiore. E' fortissimo e penetrante. Mi riporta col pensiero ad un anno fa, giusto pochi giorni prima di Natale, quando ne ho raccolto un mazzo e l'ho portato ad un'amica. 
- Grazie - mi ha detto lei annusandolo, quando gliel'ho dato - adoro il profumo dei gelsomini. 
E mi ha sorriso.

Quest'anno i fiori resteranno intatti nella siepe del mio giardino, perchè la mia amica non c'è più.
Lo so, è la vita. Era anziana, e nessuno può vivere per sempre. Lei, tra l'altro, non ne aveva più voglia. 
E' che avrei voluto farle un regalo di Natale. 
Lo scorso anno ci eravamo scambiate i regali. Quest'anno stavo pensando al dono migliore da farle, ma non avevo ancora deciso. E' difficile scegliere. E Natale, come mi ripetevo stupidamente, è il 25, c'è tempo.
Ma il tempo non c'è stato.

Sono andata a trovarla in ospedale, quando già si sapeva che era questione di giorni o di ore. 
Mi sono seduta accanto al letto, le ho fatto una carezza sui capelli, le ho tenuto la mano per un po'. 
Quest'anno amica mia, non so cosa regalarti. Preghiere, dal profondo del cuore. Perchè tu non abbia dolore. Perchè, quando arriverà il momento, tu possa non accorgertene nemmeno. Ti regalo un pezzetto del mio cuore, quello dove avrai sempre posto.

Poi mi sono alzata, e la figlia mi ha abbracciata. Poi mi ha detto quello che non potevo immaginare. Che prima di cadere in coma, sua madre le ha detto che aveva un regalo da fare. A me. 
Per Natale, ma non solo. Perchè lei sapeva di essere alla fine.

Il giorno dopo ho ricevuto la notizia. E' stato lieve. Non ha sofferto.
Poi la figlia è venuta a cercarmi al lavoro e mi ha dato il regalo da parte di sua madre.
Dentro la scatolina di una gioielleria c'era un portachiavi d'argento, col mio nome inciso sopra. In un angolo, un pendente col simbolo dell'infinito intrecciato con un cuore. 
Ti vorrò bene per sempre, questo è quello che voleva dirti la mamma - mi ha detto la figlia.

Perchè certe amicizie sono così, sono speciali, oltre il tempo e lo spazio.
Quest'anno, amica mia, ti regalo il profumo dei gelsomini che tanto amavi. Che possa essere intenso come quello che arriva a me in questo momento.


venerdì 25 novembre 2016

Di privacy e agenzie immobiliari

Oggi vi racconto i simpatici risvolti dell'affittare una casa da queste parti. Sono simpatici, proprio simpaticissimi, all'incirca quanto un secchio d'acqua gelata nella schiena in pieno inverno.

Era il Gennaio del 2015 e noi, dopo una estenuante ricerca, eravamo riusciti a trovare una casa qui nel Paesino nel Bush. Non che fosse una reggia, ma insomma, non aveva amianto nei muri, niente buchi nel tetto, niente topi e così via (per leggere come abbiamo trovato la casa, clicca QUI).
Ci siamo affrettati a firmare il contratto, senza immaginare cosa sarebbe successo dopo.

Nella mia esperienza di affitti in Italia, la storia funzionava pressapoco così: vai in un'agenzia immobiliare, vedi delle case, scegli quella che fa per te, firmi il contratto, FINE. A quel punto la casa che hai affittato è la tua casa, l'agente immobiliare sparisce di scena e a te resta solo da pagare l'affitto mensilmente al proprietario. In casa puoi fare quello che ti pare, certo, non puoi buttare giù un muro o cambiare il forno senza avvisare il proprietario, ma per cose piccole tipo attaccare un quadro non c'è nessun problema. 

Qui è completamente diverso. Quando firmi il contratto, implicitamente firmi anche un contratto nuziale con l'agenzia immobiliare. Loro saranno con te, nel bene e nel male, fino al termine del tuo contratto di affitto. Ci saranno SEMPRE. E non parlo di quando ne hai bisogno, ma SEMPRE. 

Comincia tutto con dei fogli "di descrizione", che ti vengono consegnati insieme al contratto. L'agente immobiliare ti dice che devi controllare ogni singola voce e poi fargli sapere per iscritto se c'è qualcosa di diverso o di sbagliato.
La descrizione riguarda ogni singola caratteristica nell'appartamento (che per fortuna abbiamo affittato VUOTO). Ora mi direte, cosa c'è da descrivere in un appartamento vuoto? E' una cosa di questo tipo:
Salotto, muro ovest: bianco, con una piccola crepa nell'angolo in alto a destra. Poco più sotto c'è un segno grigio. Un po' più in là un segno nero di un cm circa. Nell'angolo in basso a sinistra c'è un piccolo buco di 0.5 cm di diametro. 
E così via. Molte delle voci non le avevamo affatto notate finchè non le abbiamo lette ed alcune di esse, pur sapendo l'esatta locazione, non siamo riusciti ad individuarle, viste le esigue dimensioni.
Ora, questo avrebbe dovuto farci pensare, ma noi, anime ingenue, non ci siamo resi conto. 

Non ci siamo resi conto che il foglio con le descrizioni era per fare un confronto tra la casa come ci veniva consegnata e la casa come sarebbe stata dopo.

Cara agenzia ti scrivo
Avevo già raccontato che qui, per fare ogni più piccola cosa, occorre andare in agenzia.
Vuoi mettere un chiodo nel muro? vai in agenzia, compili un modulo per chiedere il permesso del padrone di casa e in soli 15 giorni hai la risposta.
Vorresti tenere un animale domestico? idem come sopra. 
Hai la doccia otturata? vai in agenzia, compili l'apposito modulo, e l'agente vaglierà se sia il caso di chiamare un idraulico. 
E così via.

Ora, lettore, immagina la scena. E' un venerdì sera e torni a casa dal lavoro stravolto. La settimana è stata davvero pesante e intensa e per te non è ancora finita, perchè lavori anche nel weekend. Apri la porta di casa, tutto quello che vuoi è mangiare un boccone, infilarti sotto alla doccia e rilassarti dieci minuti. La porta si apre, entri in salotto e
BIIIIIIIIIIIIP!
Non riesci a capire cosa sia stato quel bip così forte e fastidioso che trapana le orecchie. Comunque sia, ora puoi farti la doc...
BIIIIIIIIIIIIP!
Ti guardi intorno, infine realizzi che proviene dall'allarme antincendio, che qui è obbligatorio in tutte le case. Non hai idea di quale sia il problema e in ogni caso per poter fare qualunque cosa devi chiedere in agenzia. Peccato che siano le 17.30, e l'agenzia chiuda alle 17. E resti chiusa tutto il weekend. 
Ti resta solo Google. Da una rapida ricerca sembra che ci sia la batteria scarica. Ci sono le istruzioni per cambiarla, ma non quelle per il modello che hai tu. 
Alla notte quasi non chiudi occhio per quel benedetto allarme che suona ogni 40 secondi e la mattina dopo ti alzi alle 4 come al solito. Otto ore al lavoro, un'altra notte in bianco e lo stesso domenica. Lunedì mattina non lavori e alle 8.30, ora di apertura dell'agenzia, ti presenti all'agente immobiliare. Non dormi da tre notti e sei sull'orlo dell'esaurimento.
Miss Raggio di Sole ti guarda. Cosa vuoi, ti chiede. Le spieghi il problema. 
- Bisognerà cambiare la batteria - dice lei.
- Lo so. Come si fa? - chiedi tu.
Lei non lo sa. Non solo: è scocciata che tu lo chieda e si capisce benissimo. 
Mantieni la voce ferma, e le spieghi che non ne potete proprio più. Se lei non sa come si cambia, potrebbe almeno dirti chi potrebbe aiutarti? sei autorizzata a chiamare un elettricista? 
Raggio di Sole ti squadra, glaciale, con i suoi occhi azzurri. E' un tuo problema, ti risponde. 
Tu sei esausta e delusa. Con la voce leggermente più alta di prima, ma assolutamente senza urlare, le dici che in casa non ci sono istruzioni per quell'aggeggio e le chiedi dove le puoi trovare.
A questo punto è chiaro che sei la peggiore disgrazia che poteva capitarle. Un'Italiana con questo accento buffo e questi capelli scuri. Raggio di Sole ti guarda come se volesse schiacciarti con la scarpa. Apre un cassetto, e senza dire una parola ti allunga due fogli dove, finalmente, scopri come risolvere il problema. 
Da allora, ogni volta che ti presenti in agenzia, assisti alla seguente scenetta:
Tu entri, Raggio di Sole ti lancia un'occhiata. Ti riconosce. Inarca le sopracciglia. Alza gli occhi al cielo, del tipo "O mio Dio, ecco l'Italiana pazza". Fa un sospirone, come per riprendersi. Infine ti guarda come se volesse spiaccicarti e dice:
- Sì? Cosa succede?

Il Grande Fratello
In ogni caso, l'aspetto sicuramente meno piacevole di questa forzata relazione sono le ispezioni che avvengono ogni tre mesi ( più altre random). 
Torni a casa dal lavoro, trovi una lettera dall'agenzia immobiliare.
Il succo della missiva è sempre uguale: ispezione tra due settimane, il giorno X, tra le 12 e le 17. Se non sei in casa pazienza, entriamo con le nostre chiavi. 
Il giorno in questione arrivano quando meno te lo aspetti, di solito quando stai cucinando e hai pentole sporche ovunque, oppure quando sei appena tornata dalla spesa e ci sono borsine di plastica sparse per tutto il soggiorno.
Miss Sorriso bussa alla porta come se volesse buttarla giù. Corri ad aprire. 
Lei entra e la casa le fa già schifo, lo capisci dal suo sguardo. Comincia a fare foto. Di ogni singola stanza. Anche del letto che oggi non sei riuscita a fare. Anche della stanza dove tieni la pila di biancheria da stirare. Apre ogni porta, senza chiedere alcun permesso. 
- Questa lampadina è da cambiare - ti dice - questa tendina ha un buco. 
Significa che occorre cambiare queste due cose prima della prossima ispezione. Poi dice che ha finito e va via.

Recentemente siamo stati a fare un viaggio e al nostro ritorno l'erba nel giardino sul retro era molto alta. Abbiamo chiamato il signore che ce la taglia, ma un po' è piovuto, un po' lui era occupato, alla fine è venuto circa 10 giorni dopo la nostra telefonata. 
Un giorno, circa una settimana dopo il taglio dell'erba, torno a casa dal lavoro e trovo una lettera dell'agenzia.
Ci informano che hanno notato che l'erba è alta. Ci fanno sapere che la dobbiamo tagliare. 
Non c'è stata nessuna ispezione, se "hanno notato" che l'erba è alta significa che sono venuti qui a vedere ( e l'hanno fatto giorni fa).
Poi arriva la lettera dell'ispezione. 
Miss Sorriso arriva il giorno prestabilito, guarda il prato tagliato e se ne va col solito bottino di foto di letti sfatti, moquette polverosa e biancheria da stirare. 
Oggi è arrivata una lettera: ci fanno notare che dobbiamo bagnare il prato anteriore e posteriore e strappare le erbacce nell'aiuola davanti a casa. 


A volte mi viene da pensare che la pazienza e la calma siano tutto, nella vita. Non ti arrabbiare, non sentirti controllata stile Orwell. 
Rilassati, rilassati. Conta fino a dieci. Fino a venti. Fino a cinquanta milioni. 
Un giorno forse, riusciremo ad avere una casa nostra, dove fare quello che ci pare.
Per arrabbiarsi poi, c'è sempre tempo :)

martedì 22 novembre 2016

L'Italia e gli Italiani

Trovo che sia estremamente interessante scoprire come il nostro paese venga visto all'estero, specie da parte di chi non c'è mai stato e lo conosce solo attraverso i mezzi di comunicazione o il sentito dire.
Qualche tempo fa avevo pubblicato in questo articolo una serie di domande sull'Italia che mi ero sentita rivolgere quando abitavo in Medio Oriente.
Ora vi propongo un'altra carrellata di peculiarità che ho notato qui dove vivo.

Pelle scura e capo coperto
Alcune persone identificano gli Italiani che vivono oggi in Italia con gli immigrati italiani che sono arrivati qui nel dopoguerra. 
Ad esempio, molte persone sono convinte che in Italia le famiglie di 12 figli siano ancora normali e restano sconvolte quando dico di essere figlia unica. 
In molti mi hanno anche chiesto perchè le donne italiane girino col capo coperto. All'inizio ho pensato che stessero confondendo l'Italia con qualche paese islamico, poi mi hanno spiegato che nel dopoguerra, nelle famiglie immigrate qui dal sud Italia si potevano notare le donne col capo coperto, specie quelle anziane.. e parecchie persone pensano che questo sia un tratto distintivo del paese.

Per qualche strano motivo c'è anche l'idea che gli Italiani abbiano la pelle scura e caratteristiche proprie di altri paesi.
Ad esempio, almeno quattro o cinque persone che non avevano mai parlato con mio marito e che credevano che lui fosse Italiano come me, mi hanno detto con stupore che non sapevano che ci fossero Italiani con i capelli biondi e gli occhi azzurri (!!) come se queste caratteristiche fisiche fossero proprie solo dei popoli anglosassoni.

L'Italiano, questo sconosciuto
Alcune persone sono completamente spiazzate dal fatto che in Italia ci siano i dialetti, al punto che credono che ogni zona del nostro paese abbia la sua lingua, senza immaginare che noi abbiamo sì i dialetti, ma anche l'Italiano, la lingua ufficiale.

Conversazione con una collega che ha sposato un discendente di immigrati italiani:
Lei: come si dice "pumpkin" nella tua lingua?
Io: zucca.
Lei: mia suocera diceva "cucuzza".
Io:  sì, è un terminale dialettale. In italiano però si dice zucca.
Lei: eh, ma magari dite zucca su al nord, perchè quello è il vostro dialetto... la lingua cambia da nord a sud nel tuo paese, no?

Arte e dintorni
- Sai, sono stata in Italia, vent'anni fa. Siamo stati a Roma e a Firenze. E' stato molto bello. Firenze mi è piaciuta in modo particolare perchè ci sono tante statue, mentre a Roma ce ne sono pochissime.
- Come sarebbe a dire che avete ancora le chiese costruite nel medioevo? perchè non le avete buttate giù per sostituirle con qualcosa di più nuovo? è perchè non ci sono soldi?
- Ho visto un programma in televisione sulla Gioconda. Non capisco cosa ci sia di bello in quel quadro. E' piccolissimo!

Le bellezze della Toscana
Lui: Ah, sei Italiana! sono stato in Italia, una volta, è stato bellissimo.
Io: Ah, ne sono contenta! dove sei stato?
Lui: In Toscana. Bellissima regione, la conosci?
Io: sì, la conosco molto bene. Cosa'hai visto di bello, in Toscana?
Lui: le pecore. Splendide, davvero animali bellissimi.
Io:...........ehm........ sì, immagino di sì.. e poi?
Lui: No, nient'altro. Cos'altro c'è? 

Per chi ora si fosse profondamente indignato e pensa che il mio articolo esprima razzismo e intolleranza, tranquilli, sappiate che sto solo raccontando la mia esperienza e sono sicura che l'Australia è piena di persone intelligenti e colte che non hanno problemi a capire perchè ci teniamo stretto il nostro patrimonio artistico e conoscono la Toscana come le proprie tasche. 
Alla prossima.

venerdì 11 novembre 2016

F for food

Oggi parliamo di cibo!
I piatti più comuni, gli alimenti che non si trovano nemmeno a pagarli oro e quelli che mi fanno impressione solo a sentirne parlare. 

Ovviamente, come al solito, io racconto le cose dal mio punto di vista, quello di un'Italiana che vive nel Paesino nel Bush. Abbiamo tutti gusti diversi, quindi sicuramente i cibi che a me non piacciono avranno infiniti estimatori e viceversa, cibi che io adoro saranno odiati da molti. 
Il punto è che non voglio offendere nessuno: quindi, lettore, non venirmi a scrivere commenti tipo: "Il cibo X è buonissimo, non capisci niente". primo, perchè il tuo post è offensivo. Secondo, perchè io riporto solo il mio parere, non una realtà universale. 
Infine, se scrivo che il cibo Y qui è introvabile, intendo proprio qui, nel Paesino nel Bush, 300 km da Perth, meno di quattromila abitanti. Per favore, evita quindi cose tipo: "Non è vero, qui a Melbourne si trova!". Non parlo a nome di tutta l'Australia, e non ho difficoltà a credere che in una città di quasi cinque milioni di abitanti la scelta sia (ovviamente) più varia!

Cominciamo con gli alimenti più difficili da trovare, quelli per cui spenderei volentieri qualche dollaro in più solo per poterli avere saltuariamente nel frigorifero.

Carciofi
I carciofi qui non ci sono. Non li coltivano e non li mangiano. Scenetta di qualche tempo fa:

Collega: Come festeggiavi la Pasqua, in Italia?
Io: di solito andavo a pranzo dalla nonna.
Collega: e cosa ti cucinava?
Io: agnello con i carciofi.
Collega: oddio, i CARCIOFI??? ma li mangiate davvero?
Cioè, collega, stiamo parlando di CARCIOFI, non di teste di lucertola impanate e fritte. Carciofi, normali, buonissimi carciofi.
No, non gliel'ho detto. Ma l'ho pensato.

I miei colleghi hanno anche una spiccata antipatia per limoni e melanzane, due prodotti che, secondo loro "occorre cucinare troppo a lungo per rendere appetibili". Mah.

Pecorino e stracchino
I prodotti caseari che si trovano qui sono pochissimi, prevalentemente cheddar e feta, più alcuni formaggi italiani prodotti qui (simil-Parmigiano, ricotta, mozzarella). Il formaggio fatto col latte di pecora è assente dai supermercati, e personalmente sono riuscita a trovarlo solo in un minuscolo caseificio a conduzione familiare a 200 km da qui, l'unico dello stato a produrlo. Costa 87 dollari al chilo e viene venduto in frammenti da 100 - 200 g già confezionati sottovuoto.
Lo stracchino invece non c'è proprio. Nemmeno in Medio Oriente lo trovavo, e per me che sono genovese e ho la focaccia col formaggio nel sangue e nel cuore, questo è un problema. Ma è questione di tempo, ora devo solo reperire del caglio e poi me lo faccio da sola.

Tacchino
La fetta di petto di tacchino in tegame è uno dei miei comfort foods. Qui il tacchino non c'è, o meglio, non si trova fresco in macelleria da affettare, come in Italia. A Dicembre ha fatto la sua apparizione al supermercato l'animale intero e congelato e ne ho acquistato uno per Natale. In seguito mio marito me l'ha chiesto di nuovo, ma il tacchino è un articolo solo natalizio.
Ora che siamo a Novembre e mi sto preparando, come da cinque anni a questa parte, a celebrare il Thanksgiving, sono alla frenetica ricerca di uno di questi animali.
Bene, in Western Australia non ci sono allevamenti di tacchini. I macellai non sanno dove procurarmelo. Il supermercato forse, FORSE, inizierà ad avere tacchini congelati dal 20 di Novembre, quindi proprio pochissimi giorni prima del Ringraziamento. Credo che mi convenga fare un salto a Perth, per vedere se riesco a reperirne uno.

Lievito di birra fresco
Niente lievito in cubetti da tenere in frigo, da queste parti. Nemmeno quando abitavo in Medio Oriente lo trovavo. Sarà un prodotto solo italiano? qui si trova solo il lievito di birra secco (non istantaneo) in bustine. Sorvolo sulla faccia che fa la gente quando racconto che la pasta della pizza me la faccio in casa, perchè è un'altra storia.. (ma forse spiega perchè non si trova il lievito fresco).

Pesce fresco
Il pesce, qui nel Paesino nel Bush, è disponibile in sole due forme: fritto con le patatine, untissimo e di pessimo sapore, da acquistare dal vecchietto che gira col furgoncino, oppure impanato e congelato al supermercato, pronto da friggere con le patatine. Nient'altro. Il mercato del pesce più vicino dista 230 km.

I cibi che proprio non posso vedere (o sentirne il nome!)

Immagine presa da internet
Vegemite
La Vegemite divide il mondo in due categorie: quelli che la amano e quelli che la odiano.
Se non l'avete mai sentita, è un prodotto tipicamente australiano, un estratto di lievito che si spalma sul pane. 
Se non l'avete mai assaggiata forse potreste fare lo stesso errore che ho fatto io: ha lo stesso colore della Nutella, per cui inconsciamente mi aspettavo una cosa dolce. Ecco, è salatissima. Qui pane, margarina e Vegemite è un must, una merenda per i bambini e il pasto serale di molte persone.

Margarina di canola
In questa parte di Australia, il grasso più utilizzato è la margarina. Tralascio i discorsi su quanto poco salutari siano i grassi saturi. La margarina si ottiene dalla canola, ovvero dalla colza geneticamente modificata.  I campi di canola in primavera si ricoprono di fiori gialli dall'odore piuttosto intenso. "Canola stinks", dice la gente, qui. Personalmente trovo che non siano solo i fiori a puzzare, ma anche il prodotto finito. Non riesco a capire come possano mangiarlo. Yuck.

Impanato e fritto
Come dicevo prima, qui il pesce si trova solo impanato e fritto. Fish and chips è uno dei piatti importati dall'Inghilterra e viene gustato insieme alle fette di ananas impanate e fritte, una cosa di cui mi disgusta solo il pensiero.
Ma non è tutto: mi hanno raccontato di posti dove si possono acquistare le barrette di Mars, anche loro impanate e fritte.

Apricot chicken
Pollo cotto nel succo di albicocca e poi coperto con una specie di densa salsa di cipolle. Non ho commenti ulteriori da fare.

Sago, immagine presa da internet
Sago
E' uno dei dessert old-fashioned che è possibile trovare da queste parti. Viene fatto con l'amido ricavato da una palma. Se volete sapere come si presenta, visualizzate nella vostra mente le uova di rospo, immerse in quella roba gelatinosa che le contiene. Fatto? Ecco, così. Giallastro e aromatizzato al limone (è l'unico sapore che si avverte).

Quello maculato
Come in tutto il resto del mondo, da queste parti ci sono poi una serie di cibi normalissimi ma con un nome assurdo. Recentemente ad una cena mi hanno servito lo "spotted dick", che nonostante il nome improbabile è solo una specie di muffin alla frutta.

Un appunto finale: volevo inserire una categoria di cibi australiani che apprezzo, ma ho avuto problemi a scriverla. Mi piace la cucina tipica di molti paesi, ma in effetti l'Australia non ha una cucina "sua", a meno di non parlare del canguro arrosto o di altri piatti a base di animali nativi. Tutto il resto ha viaggiato insieme ai coloni che sono partiti dall'Europa o dall'Asia per stabilirsi nel Continente Nuovissimo. Ecco dunque che ritroviamo una buona parte di cibi inglesi ed irlandesi, più alcune specialità italiane e piatti del sud-est asiatico.
Per quanto riguarda i cibi di tradizione britannica, onestamente non ne vado matta. Certo, capita che per mancanza di tempo si mangi una beef pie per pranzo, o un piatto di fish and chips o di stew in una roadhouse, ma non sono cibi di cui mi nutrirei volentieri tutti i giorni. Ogni tanto va bene, ma solo sporadicamente. Anche la tanto decantata pavlova, una meringa coperta di panna e frutta, pur essendo buona non la giudicherei certo un dolce eccezionale.

E questo per ora è tutto, sul cibo. Alla prossima!